Ci siamo tristemente abituati alla tragedia

Di Giulia Nesca

Lo scenario mondiale sortisce paradossalmente l’effetto opposto: siamo annichiliti da uno spettacolo che dovrebbe in realtà, quantomeno, inorridirci.

Dal latino conflictus <<urto, scontro>>, derivato dal verbo confligere. Combattimento, guerra, scontro di eserciti, ma anche, in senso figurato, urto, contrasto, contrapposizione. 

Così Treccani rende uno dei vocaboli che è entrato con eccessiva agevolezza nel lessico quotidiano. E prosegue. Anticamente, il termine assumeva una ulteriore accezione, come testimoniato da Lucrezio e dal De officiis di Cicerone, come possibilità di far incontrare, riunire, riavvicinare. 

Se si aprisse la sezione del sito del Corriere della Sera dedicata al conflitto russo-ucraino, si potrebbe pensare che, molto probabilmente, la redazione non abbia diligentemente consultato il vocabolario di cui sopra. Gli aggiornamenti sono sempre preceduti dall’indicazione di un ordinale che simboleggia i giorni trascorsi dall’inizio della guerra: 1291 mentre scrivo queste parole. È un dato buttato lì, prima di procedere con le notizie. E proprio la modalità con cui è fornito fa sì che non ci si soffermi sullo strazio di cui è portatore. Dei morti, delle famiglie separate, delle lacrime, dei bambini rapiti, delle violenze vissute.

La sezione dedicata alla crisi mediorientale non può considerarsi assai più soddisfacente. La mattanza che la popolazione civile di Gaza testimonia ogni giorno viene narrata con una tale superficialità che non ci fa neppure rendere conto che quei numeri che l’articolo frettolosamente menziona siano vite umane. 

E quello del Corriere è solo un esempio. La stampa, la tv, i social ci bombardano di informazioni, spesso dall’infima qualità, che ci annichiliscono, ci rendono inerti a qualunque tipo di emozione. Per non parlare poi degli altri 54 conflitti attivi, a cui non viene dedicato neppure un margine. La deumanizzazione collettiva calata su di noi fa si che le vittime di guerre o conflitti divengano numeri, statistiche, corpi senza identità, e pertanto più accettabili come danno collaterale.

La sindrome che ci attanaglia ha un nome ben preciso: bystander effect. Siamo spettatori della storia, desensibilizzati alla violenza, abituati all’orrore. Pensiamo che qualcun altro, che i potenti, che i piani alti si occuperanno della questione, in fondo quali strumenti abbiamo per fronteggiare una questione così ampia?

Come sempre, la chiave di volta è in noi stessi. Passa per un’accurata selezione delle informazioni, per la critica, il dibattito, il conflictus di Lucrezio, da cui siamo tristemente svezzati. La società vive un pericolo di cui neppure si rende conto e dinanzi agli avvenimenti del nostro tempo non è possibile restare dormienti. Occorre, necessariamente, aprire gli occhi. 

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