Conflitto che Crea, conflitto che distrugge

“Editoriale dell’edizione cartacea Versus”

Copertina: Heraclitus, Hendrick Ter Brugghen, Rijskmuseum, Amsterdam

Di Alessandra Bacchetti

Che significa oggi parlare di conflitto?


3 maggio 1808, Francisco Goya, Museo del Prado, Spagna

La domanda campeggia sulla copertina di questa edizione, e suggerisce che da qualche parte, nascosta tra le pagine, ci sia una risposta. Ma prima di trovarla è necessario affrontare un’altra questione: cosa significa conflitto? 

Dall’eterno dissidio tra generazioni alla rivalità economica che sfocia in gara per l’egemonia, fino ad arrivare alla drammatica fisicità dello scontro aperto sul campo, la prima e più intuitiva associazione è quella tra conflitto e distruzione. Così il cieco e sordo cozzare di fronti opposti travolge i rapporti personali, le relazioni diplomatiche e commerciali e riduce in macerie intere città. Parlare di guerra, estrema degenerazione del conflitto, non è mai inattuale: come un tremendo filo rosso lega tutte le stagioni della storia umana. Da Omero a Tolstoj, fino a Picasso e Céline, poeti, scrittori, artisti di ogni tempo l’hanno analizzata nelle sue più cupe sfaccettature. Oggi, però, non conosciamo la guerra solo tramite opere letterarie e racconti dei superstiti: ci arriva in diretta, sugli schermi dei nostri telefoni, con foto e video ad alta definizione. E se, da una parte, non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per renderci conto delle sue conseguenze, dall’altra è proprio la continua esposizione a questi contenuti che rischia di generare una sterile assuefazione. Così il dolore diventa routine, e gli viene assegnato lo spazio rassicurante dei titoli di giornale e dei video su Instagram, che si può sempre scegliere di non leggere o di non guardare. 

“Pólemos pánton patér” (il conflitto è padre di tutte le cose), scrive Eraclito in uno dei suoi frammenti:  e sebbene sia facile concordare con lui quando tutti i canali di informazione sono straripanti di notizie di conflitti, l’idea del filosofo lascia spazio a una visione diversa. Il conflitto, insegna Eraclito, non è necessariamente guerra, e non è necessariamente distruttivo: il pólemos di cui parla nei suoi frammenti è principio generatore e motore del cambiamento, rompe l’immobilità e anima la realtà in una continua spirale di metamorfosi. Ma anche in questo perenne dinamismo, secondo il filosofo, si cela un’insospettata armonia: è l’armonia “dell’arco e della lira”, determinata proprio dalla tensione tra gli opposti e dal loro contrasto. Come tante idee nate nel contesto della filosofia greca, che nel corso dei secoli sembrano scomparire per poi tornare inaspettatamente a galla, anche l’idea di conflitto come motore della realtà non muore con Eraclito. In un mondo completamente diverso, quello tumultuoso dell’Europa di fine Settecento, sarà Hegel a parlare ancora del conflitto come forza che traina la storia: per il filosofo tedesco, dalla collisione tra opposti può nascere qualcosa di nuovo, una sintesi (Aufhebung) che non cancella ma trasforma e arricchisce. Così, il “nuovo” sintetizza e supera il “vecchio” che entra in conflitto. 

Dunque il conflitto non è necessariamente distruzione, ma può essere un fertile catalizzatore di cambiamento, anche nello spazio pubblico. Infatti, il conflitto è intrinseco alla democrazia, che si basa sull’idea che ognuno abbia diritto di esprimere la propria opinione, e che queste opinioni possano coesistere e competere tra loro. È la divergenza tra idee e anche, eventualmente, il loro scontro che consente di sfidare le proprie convinzioni e quelle dell’interlocutore, scoprire punti di vista diversi, e trovare soluzioni che tengano conto di prospettive più ampie di quelle di partenza. Ma in un’epoca di crisi delle democrazie, in cui le piattaforme social, i populismi e la crescente polarizzazione trasformano il conflitto in un muro contro muro che ha come obiettivo solo la delegittimazione dell’avversario, è più urgente che mai chiedersi questo: come riappropriarsi di spazi dove il conflitto sia un confronto che ci costringe a mettere in discussione le nostre certezze, comprendere le ragioni dell’altro e immaginare soluzioni nuove?

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