Copertina: Eu Elections 2024 – Voting in Italy, CC-BY-4.0: © European Union 2024 – Source : EP
Foto aggiuntiva: Palazzo Montecitorio, Hadi, Nov 2004, Public Domain
Di Chiara Discanno
Il conflitto costruttivo può diventare un potente motore di cambiamento sociale. Una riflessione su come la partecipazione al voto trasformi il dissenso in strumenti di rappresentanza e innovazione, contrastando l’astensionismo.
La teoria del conflitto si afferma in sociologia nel XIX secolo come reazione al funzionalismo, rifiutandone l’idea del consenso come fondamento dell’ordine sociale. Le sue radici possono essere rintracciate già nelle riflessioni di filosofi come Platone e Hobbes, ma trovano una formulazione più compiuta in autori più recenti. Karl Marx, ad esempio, individuava nella lotta di classe il motore della storia, mentre Georg Simmel interpretava il conflitto come una forma relazionale capace di generare coesione e trasformazione.
Nel Novecento, studiosi come C. Wright Mills hanno mostrato come le strutture sociali derivino dallo scontro tra interessi divergenti, denunciando il ruolo delle élite economiche, militari e politiche nel plasmare le dinamiche di potere. Pertanto, i teorici classici del conflitto sottolineano come l’assetto sociale non poggi su un consenso condiviso (come invece sostenuto dai funzionalisti), ma sulla capacità dei gruppi dominanti di imporre la propria volontà, connettendo la remissività della
popolazione al condizionamento esercitato da chi detiene risorse e autorità.
In questa prospettiva, il conflitto non viene considerato come una forza esclusivamente distruttiva, al contrario, stimola mutamenti che altrimenti non si realizzerebbero. In altre parole, è proprio grazie alla tensione, alla competizione e al dissenso che si producono cambiamenti sociali, evitando la stagnazione.
In un contesto politico-sociale in cui le opinioni divergono e l’ascolto democratico è di fondamentale importanza, sorge spontanea una domanda: perché molti italiani hanno scelto di non esprimere la propria opinione quando ne avevano l’occasione? Come spiegare l’affluenza alle urne dell’8 e 9 giugno ferma al 31%?
Il cambiamento generato dal conflitto, in questo caso stilizzato dall’alternativa tra il “sì” e il “no”, viene progressivamente ostacolato dal mostro dell’astensionismo. Quando i cittadini non sono partecipi, il confronto si sposta al di fuori di un’arena in cui ciascuno può giocare le proprie carte e il processo di evoluzione rallenta. L’esito politico è intorpidito: meno conflitto “istituzionalizzato” significa più potere agli attori già in scena e, di conseguenza, un’ibernazione del processo democratico.

Un articolo pubblicato dal Centro Italiano Studi Elettorali mostra come l’astensionismo stia crescendo progressivamente in tutto l’Occidente, e i referendum ne rappresentino un indicatore particolarmente evidente. Durante la Prima Repubblica, il quorum nei referendum abrogativi è stato raggiunto quasi sempre, con una partecipazione media del 71,8%. Con la Seconda Repubblica, invece, la situazione si è rovesciata: su 10 consultazioni, soltanto due (nel 1995 e nel 2011) hanno superato la soglia necessaria, e l’affluenza media si è dimezzata, aggirandosi intorno al 35%. Secondo lo studio, questo calo è legato anche a precise strategie politiche: dalla fine degli anni Ottanta, infatti, i sostenitori del “No” hanno spesso invitato i cittadini ad astenersi piuttosto che a votare, impedendo il raggiungimento del quorum (CISE, 2025).
Inoltre, secondo un’analisi condotta da Ipsos (società specializzata in ricerche di mercato e sondaggi), l’orientamento politico ha giocato un ruolo influente sull’affluenza alle urne. Gli elettori del Partito Democratico hanno mostrato il maggiore coinvolgimento (80% dichiara di aver votato), seguiti da chi sostiene liste centriste o di sinistra minore (57%) e dal Movimento 5 Stelle (45%). Decisamente più contenuta, invece, l’affluenza di Fratelli d’Italia (15%) e Lega (25%).
Secondo l’indagine IPSOS, i fattori determinanti dell’astensionismo sono due. Da un lato, l’eccessivo ricorso ai referendum, che ha finito per renderli uno strumento percepito come poco utile; dall’altro, la convinzione che i quesiti siano di interesse quasi esclusivamente della sinistra, spingendo molti oppositori a non partecipare per principio. A queste motivazioni si aggiungono la scelta consapevole di far fallire i referendum e, in misura minore, il semplice disinteresse verso i temi proposti (Pagnoncelli, 2025).
La riflessione che dobbiamo accogliere, al di là del singolo episodio di quest’estate, è che il cittadino che rinuncia a partecipare all’arena elettorale si riduce a semplice spettatore, lasciando spazio a un controllo sempre maggiore delle élite. In occasione di consultazioni così democratiche come i referendum, è fondamentale prendere parte: indipendentemente dall’esito, almeno la propria opinione viene espressa.
Proprio come la competizione e il dissenso hanno storicamente generato trasformazioni nella società, la partecipazione elettorale consente di canalizzare il conflitto in decisioni legittime. Quando i cittadini scelgono di esprimersi, trasformano tensioni e divergenze in strumenti concreti di rappresentanza e di cambiamento. Partecipare significa impedire che il potere resti esclusivo delle élite e che l’astensionismo paralizzi il processo democratico. Il gesto del voto conserva infatti un valore concreto:
è l’occasione in cui le opinioni divergenti vengono rese visibili, e in cui il conflitto, laddove non distruttivo, diventa forza propulsiva per la democrazia.

