Copertina: A girl walks inside Gaza during the Gaza-Israel war to get food, Jaber Jehad Badwan – CC BY-SA 4.0
Di Giorgia Gaeta, con il prezioso aiuto di Eman Abu Zayed, scrittrice palestinese da Gaza e Fadi Jawabreh, attivista palestinese per i diritti del suo popolo
Tra fame, malattie e bombardamenti, madri e figlie hanno lottato ogni giorno per sopravivere e tenere viva la speranza di una pace.
Gli scioperi di fine settembre e inizio ottobre, accompagnati da manifestazioni e presidi in numerose piazze italiane, hanno riportato tutta la nazione ad indagarsi sull’attuale situazione palestinese a quasi due anni dall’inizio del recente conflitto.
Ad oggi l’84% di tutte le strutture sanitarie e il 62% di tutte le abitazioni sono danneggiate o distrutte (dati Unicef), il Popolo Palestinese vive una realtà segnata da vulnerabilità estrema e resilienza quotidiana. La crisi sanitaria, la carenza di risorse essenziali, le restrizioni alla libertà di movimento e le discriminazioni legali si intrecciano.
I dati relativi a donne e bambini sono particolarmente preoccupanti. UN Women stima che oltre 28.000 donne e ragazze (stime che differiscono da quelle di UNRWA a causa del diverso metodo di classificazione) siano state uccise a Gaza dall’inizio della strage nell’ottobre 2023 (non tengono ancora conto delle morti più recenti o non registrate). Ancora più agghiacciante il dato infantile:
circa 50.000 tra morti e feriti . Oltre la causa più “comune”, che risiede nelle operazioni bellicose delle forze israeliane, ci sono altre motivazioni, molto più preoccupanti che danno vita ad una vera e propria crisi umanitaria. Organizzazioni come UN Women, Human Rights Watch e Amnesty International documentano un quadro in cui i diritti fondamentali risultano gravemente compromessi a lungo termine.
Analizzare la condizione delle donne a Gaza non significa solo osservare le conseguenze di una crisi umanitaria prolungata, ma anche comprendere come i conflitti armati e le dinamiche socio-culturali incidano in maniera specifica sulla vita femminile, tra negazione dei diritti e straordinaria capacità di resistenza. Gli aiuti umanitari vengono fermati dall’organo preposto da Israele per il controllo di essi e bloccati perché molti ritenuti “non idonei”: cibo, medicine, prodotti sanitari. Molti volontari e attivisti parlano di “disumanizzazione degli aiuti umanitari” poiché vengono considerati quasi un pericolo e non una necessità, un diritto. Questo si traduce in mancanza di parti sicuri, condizioni igieniche precarie, infezioni, malattie senza possibilità di cura, madri che muoiono di fame per far mangiare i figli. Atti sistematici volti ad annullare ogni tipo di dignità di un popolo. Atti che rientrano nella definizione di Genocidio. Questa realtà emerge con forza dalle testimonianze dirette.
Eman, una giovane donna palestinese, scrittrice e studentessa, ha voluto parlare con noi.
Questo è quello che racconta.
“La vita a Gaza non può essere descritta a parole, specialmente per le donne, le ragazze e le madri. I dettagli più semplici della nostra vita quotidiana sono diventati pieni di ostacoli. Ad esempio, l’igiene è direttamente legata all’acqua, e dall’inizio della guerra l’acqua del rubinetto è stata tagliata. Ora dobbiamo procurarcela da zone lontane. Ogni mattina, mio padre esce per riempire taniche d’acqua che utilizziamo per bere, cucinare, per le abluzioni e per l’igiene personale. La quantità d’acqua è estremamente limitata, costringendoci a ridurne l’uso al minimo indispensabile. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, la sofferenza è ancora maggiore. Da sette mesi i valichi sono chiusi, impedendo l’ingresso di medicine e forniture mediche. Anche le cose più semplici, come un analgesico per un mal di testa o un dolore alla mano, non sono più disponibili e, se lo sono, i prezzi sono inimmaginabilmente alti.”
Una testimonianza di come, da quasi due anni a questa parte, la situazione a Gaza sia insostenibile.
Quella di Eman non è solo una voce tra tante: è il riflesso vivido e spaventoso della realtà, dove le statistiche, le percentuali diventano numeri vuoti senza storie che li accompagnano. Guardiamo oltre le cifre, oltre la politica, oltre la destra e la sinistra: la guerra ha spezzato anche la più semplice routine. Ci basti immaginare la difficoltà di queste donne, delle ragazze palestinesi, nei loro periodi di indisposizione, o le donne che attraversano la gravidanza.
Ma la testimonianza non è solo dolore: racconta anche resilienza. Nonostante la fame, la mancanza di cure e le cicatrici psicologiche, queste donne continuano a lottare per proteggere i loro figli, a sacrificare se stesse per gli altri, e a mantenere viva la propria dignità in condizioni che sfidano l’immaginazione. Leggere queste parole significa capire che la crisi a Gaza non è fatta solo di morti e feriti, ma anche di vite sospese, di sofferenze silenziose e di coraggio quotidiano. È un richiamo a non dimenticare l’umanità e a riconoscere la forza straordinaria di chi, in mezzo alla devastazione, continua a sopravvivere.
Eman continua:
“L’assedio e la guerra hanno anche lasciato profonde cicatrici psicologiche. Migliaia di donne soffrono di gravi depressioni a causa dei traumi e delle difficoltà che hanno affrontato. A tutto ciò si aggiunge la fame, che dura da più di sette mesi e ha causato la morte di bambini per malnutrizione. A volte le donne sono state uccise per un pezzo di pane o un sacco di farina, e le madri spesso hanno scelto di dare il poco cibo che avevano ai loro figli, sacrificando i propri bisogni.”
In queste parole risuona il dolore e la fatica delle donne e delle madri, di una lotta che non risparmia nessuno.
Ora degli spiragli di pace per la popolazione di Gaza sono stati aperti, ma, fino ad ora, ogni giorno è stato un conto alla rovescia: il rumore delle sirene precedeva quello dei passi, le madri stringevano i figli alla ricerca di acqua e pane. E ancora oggi non è concessa alcuna tregua al dolore, ma loro continuano a resistere, trasformando la sopravvivenza in un atto quotidiano di speranza. E ci sono donne, come Eman, che hanno sempre continuato a scrivere e studiare per concedersi la speranza di un futuro migliore e per trasmettere ciò che sta avvenendo al popolo palestinese a tutto il mondo.
Ispirandoci alla loro resilienza e speranza, non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo da Gaza, educare e sensibilizzare alla pace, mentre chi dovrebbe garantirla crea giochi di potere sulla pelle dei civili. Ogni voce che racconta è un atto di resistenza, e la sopravvivenza di Gaza è anche grazie alle voci delle donne e alla loro resistenza.
“La vita a Gaza oggi e insopportabile; è una lotta quotidiana per sopravvivere. Non importa quanto io descriva, non riuscirò mai a trasmettere pienamente l’estensione delle difficoltà che stiamo vivendo.”
(Eman Abu Zayed, scrittrice palestinese)

