Costruire il futuro con le parole della legge

A cura di Giulia Sajeva

Le  Costituzioni non nascono quando tutto funziona. Nascono quando il mondo si frattura. Sono testi concepiti non per celebrare un equilibrio, ma per sottrarre una comunità al rischio del collasso. La Costituzione italiana del 1948 non è il prodotto spontaneo della storia: è una scelta contro la storia così come si era tragicamente compiuta. Dopo il fascismo, dopo le leggi razziali, dopo la guerra, il diritto non poteva più limitarsi a registrare l’esistente. Doveva assumersi l’azzardo di immaginare ciò che ancora non esisteva.

Ma una Costituzione non si limita a dire “mai più”. Deve anche saper dire “da ora in poi”. Dopo una catastrofe, il diritto non serve soltanto a impedire il ritorno dell’orrore, ma a fondare un principio di ricostruzione. Le Carte costituzionali moderne non nascono per cristallizzare il presente, ma per orientare il tempo a venire: stabiliscono ciò che una comunità sceglie di essere.

È in questa prospettiva che va letto l’articolo 1. Esso non si limita a proclamare l’Italia come Repubblica: la definisce come Repubblica fondata sul lavoro. Una opzione tutt’altro che neutra, che sostituisce alla nazione, alla razza e alla forza il contributo concreto di ciascuno alla vita collettiva. Illavoro diventa così misura della dignità, criterio di appartenenza e promessa di non esclusione. Non è una fotografia del Paese del 1948, povero, diseguale, ferito, ma la proiezione di ciò che esso intende diventare.

La stessa logica attraversa l’articolo 3. L’uguaglianza non è una condizione data, ma un compito: la Repubblica non si limita a proclamarla, si impegna a renderla reale. Qui la Costituzione diventa progetto politico, perché lo Stato non è neutrale rispetto alle disuguaglianze, ma chiamato a combatterle.

Anche le libertà fondamentali sono scritte con questa consapevolezza storica. L’articolo 13 nasce dal ricordo delle prigioni arbitrarie del regime. L’articolo 21 dalla censura. L’articolo 24 dai processi senza difesa. L’articolo 27 dalla giustizia ridotta a vendetta. Ogni diritto è una risposta a un abuso,ogni garanzia è una forma di memoria. La Costituzione non dimentica, ma trasforma il passato in regola per il futuro.

A rendere viva questa promessa è stata la Corte costituzionale. Dal 1956 la Carta è divenuta un diritto operante, capace di misurare le leggi e di proteggere la dignità della persona, rivelando la Costituzione non come un monumento, ma come uno strumento con cui la Repubblica continua a interrogare se stessa.

La Costituzione non è il luogo delle certezze, ma delle possibilità. Non garantisce che saremo giusti,

ma ci impedisce di dichiarare giusta l’ingiustizia. Finché quelle parole restano in piedi, anche quando

tutto vacilla, esiste una misura con cui giudicare il mondo e una direzione verso cui spingerlo. È poco,

forse. Ma nella storia degli uomini, è sempre da lì che ricomincia la speranza: da una pagina scritta

contro il buio, da una legge che rifiuta di arrendersi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto