Il conflitto delle parole: la narrazione come arma nella guerra a Gaza

Copertina: Forced Displacement of Gaza Strip Residents During the Gaza-Israel War 23-25, By Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0,

Foto aggiuntiva: Palestine protest Berlin 2021-05-22 14, By Leonhard Lenz – Own work, CC0,

Di Mariagrazia Antonelli

Il conflitto israelo-palestinese mostra come le parole e le narrazioni mediatiche siano potenti quanto le armi, influenzando la percezione pubblica e internazionale della guerra.

Spesso in un conflitto ciò che conta più delle armi sono le parole. Lo vediamo con particolare evidenza negli ultimi anni rispetto a quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza: la scelta dei termini utilizzata dai governi e dai media contribuisce in modo decisivo a orientare il punto di vista del pubblico, che si sente quasi chiamato a determinare chi sia la vittima e chi sia l’aggressore.

Diversamente da altre guerre, tale dimensione narrativa domina lo scontro tra Israele e  Palestina: il conflitto delle parole si affianca a quello militare, alimentando visioni contrapposte su ciò che stia realmente accadendo. Tale contrasto di narrazione può essere analizzato sotto molteplici prospettive. 

Un esempio è offerto da un sondaggio condotto dall’Istituto Israeliano per la Democrazia e riportato in un articolo dal Guardian, secondo il quale circa tre quarti degli ebrei israeliani (ossia il 79%) dichiara di non essere particolarmente turbato, o addirittura di non esserlo affatto, dalle immagini di fame e sofferenza della popolazione palestinese. Una distanza emotiva che appare come il risultato di una scarsa consapevolezza di ciò che sta realmente avvenendo sul territorio, dove l’accesso all’informazione è filtrato e profondamente condizionato.

Per settimane, inoltre, i media israeliani hanno portato avanti una campagna per rispondere all’indignazione globale suscitata dalle immagini raccapriccianti provenienti da Gaza, sostenendo che la fame diffusa documentata dai media internazionali non è altro che una “campagna orchestrata da Hamas”. Tale affermazione è stata fatta propria dal primo ministro Benjamin Netanyahu, il quale in un’intervista a luglio ha dichiarato che “non c’è fame a Gaza”.

Un altro aspetto da considerare riguarda il dibattito sull’utilizzo o meno del termine “genocidio” per qualificare gli atti compiuti da Israele. Tale dibattito ha avuto origine con la causa intentata dal Sudafrica nel 2024 contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia e che continua ancora oggi a essere oggetto di numerosi articoli di giornale. 

Partendo dal significato legale del termine, la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine genocidio” del 1948 definisce il genocidio come “un atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Su questo tema si confrontano due filoni di pensiero contrapposti. Da un lato, associazioni e organizzazioni internazionali premono affinché la Corte Internazionale di giustizia utilizzi tale qualificazione, così da poter condannare Israele per le atrocità commesse nella Striscia di Gaza. 

Dall’altro, esistono posizioni più caute. Una riflessione interessante, ad esempio, è stata offerta da Liliana Segre, in un’intervista rilasciata a Repubblica in risposta alle dichiarazioni dello scrittore israeliano David Grossman. Partendo proprio dalle parole di Grossman, che ribadisce come, allo stato attuale dei fatti, vi sia la necessità di qualificare i comportamenti di Israele come atti di genocidio, Segre offre una visione diversa. Pur condannando con forza le atrocità commesse, la senatrice a vita, nonché sopravvissuta a un genocidio, sottolinea come spesso tale termine possa essere utilizzato come strumento di vendetta da parte dei media e dell’opinione pubblica. Un uso di questo tipo, secondo Liliana Segre, rischierebbe di ostacolare il processo di responsabilizzazione, che dovrebbe avviarsi secondo criteri legali, e di alimentare, al contrario, sentimenti di odio.

In conclusione, le parole del noto giornalista Tiziano Terzani sulla guerra del Vietnam restano illuminanti: “La guerra nel Vietnam è stata persa non tanto sul campo di battaglia, ma nella mente delle persone. I giornalisti hanno mostrato la verità e la verità è stata più forte della propaganda”.

Oggi, il conflitto in Palestina conferma quanto questo sia vero: secondo il comitato per la Protezione dei Giornalisti, dal 7 ottobre 2023 almeno 192 giornalisti sono stati uccisi a Gaza, con una stragrande maggioranza di vittime palestinesi, rendendola tra le guerre più letali per i giornalisti nella storia recente. 

Ecco come il conflitto a Gaza dimostra che la narrazione sia essa stessa un campo di battaglia.

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