Copertina: 2025 Nepalese Gen Z protesters infront of Bharatpur mahanagarpalika office By हिमाल सुवेदी – Own work, CC BY-SA 4.0.
A cura di Mariagrazia Antonelli e Giulia Nesca
Un’intera generazione è scesa per le strade contro il blocco dei social media, all’alba di quella che si annuncia essere una vera e propria rivoluzione.
Per comprendere le ragioni profonde che hanno portato alle recenti proteste nella capitale Kathmandu, è necessario analizzare l’evoluzione della situazione politica nepalese, soprattutto a seguito della guerra civile che ha segnato il paese tra la fine degli anni 90 e gli inizi degli anni 2000.
Un primo momento cruciale di destabilizzazione politica del Nepal può essere individuato nell’insurrezione armata avviata dal Partito Comunista Maoista nel 1996 finalizzato a rovesciare la monarchia che da secoli governava il Paese. Da tale insurrezione ebbe inizio una guerra civile, la quale durò più di 10 anni e terminò nel 2008 con l’abolizione della monarchia stessa e la proclamazione della Repubblica Federale del Nepal. Nonostante la transizione istituzionale, ancora oggi il Nepal è caratterizzato da una forte divisione politica: da un lato troviamo i “partiti dell’arco costituzionale”, ossia i partiti democratici e repubblicani”; dall’altro i cosiddetti “alfieri del Panchayat”, forze conservatrici e monarchiche che vorrebbero riportare il paese all’omonimo sistema, il regime autoritario che ha governato il Nepal al 1960 al 1990.
Alla luce di questa analisi politica, si comprende come il temporaneo blocco dei social media – che ha innescato le recenti proteste – sia stato percepito da parte della popolazione come un tentativo autoritario di limitare la libertà di espressione, ritenuto inaccettabile dopo anni di lotta per l’affermazione di un sistema democratico.
I ragazzi della generazione Z si riversano in strada, senza alcuna preventiva organizzazione. E proprio questa improvvisazione non ha destato, erroneamente, preoccupazione nel governo. Ma, col passare delle ore, gli urli si intensificano, si sentono i primi spari. Il ministro dell’Interno, nel panico, lascia l’incarico, seguito poche ore dopo dal primo ministro Oli. La notte dell’8 settembre, la capitale esplode, i tetti delle case dei potenti si infiammano, non si può tornare indietro. Nel silenzio del coprifuoco imposto a livello statale, rimbombano le voci di questi giovani, forti e chiare: elezioni, dimissioni, stop alla corruzione e al nepotismo, pratiche che nel paese hanno trovato terreno fertile troppo a lungo.
Quello che all’apparenza sembrava un mero sussulto popolare ha ben presto impensierito i leader dei paesi vicini: Narendra Modi ha immediatamente espresso vicinanza al governo, con cui Delhi intrattiene stretti rapporti economici. Anche da Pechino, da cui peraltro il primo ministro era di ritorno, dopo aver assistito alla parata militare del Victory Day, la vicinanza non è tardata ad arrivare.
Al termine di queste proteste, i manifestanti si “riuniscono” su Discord -piattaforma social utilizzata anche per l’organizzazione delle manifestazioni stesse – per decidere chi avrebbe dovuto prendere le redini del Paese. La scelta ricade su una donna, Sushila Karki, che il 12 settembre assume ufficialmente il titolo di prima premier donna del Nepal.
Le proteste del Nepal, le cui conseguenze non saranno auspicabilmente effimere, hanno acceso un faro su una realtà che ci sembra così lontana, ma che ci riguarda inesorabilmente: ogni paese, anche quelli che si proclamano più progressisti e illuminati, deve fare i conti con i propri secolari squilibri strutturali, e non possiamo dunque che augurarci che, a partire da Kathmandu, una nuovo vento soffi verso ovest, quale invito all’Occidente a rimettersi in discussione e ripensare le proprie, seppur invisibili, attuali fragilità.

