Copertina: Streetart in Naples Maradona with cup, By Dudva – Own work, CC0.
Di Cristiana Apuzzo
In un’Italia che si proietta nello scenario mondiale, trovano ancora posto antiche fratture, che altro non fanno che riportarci tutti sempre più indietro.
“Indovina la città?” è il commento dal tono sprezzante che spesso si legge sotto notizie tragiche provenienti dal Sud. Giovani che muoiono per futili liti in strada, famiglie distrutte da eventi drammatici: tragedie che dovrebbero suscitare cordoglio vengono invece accolte con pregiudizio. Come se la violenza qui venisse normalizzata perché tanto “succede sempre lì”. Questa reazione, che fa rabbia ma allo stesso tempo fa riflettere, è molto più di un commento sbagliato; rivela la spaccatura profonda che caratterizza questo paese, toglie umanità a chi soffre e rafforza una narrazione tossica: quella di un Sud perennemente violento, arretrato, senza possibilità di riscatto. Racconta di un’Italia che si dichiara unita, ma che si guarda con disprezzo e sospetto, in cui la solidarietà di un popolo viene meno davanti al pregiudizio.
Una retorica che ha radici profonde. La frattura Nord-Sud non nasce oggi, è una questione antica che non si esaurisce nei libri di storia ed è frutto dell’unificazione, della marginalizzazione sistemica del Mezzogiorno e di una lunga serie di scelte politiche che hanno favorito un modello di sviluppo tutt’altro che equo.
Un sentimento quello antimeridionalista che trova sempre più spazio al giorno d’oggi anche in relazione ai meriti: ogni successo meridionale finisce spesso per generare reazioni stonate, sintomatiche di un contrasto ancora vivo. Un italiano che trionfa dovrebbe essere motivo di orgoglio nazionale, ma quando il successo ha accento del Sud sembra che a questa parte d’Italia sia negato il diritto di trionfare. Emblematico, in questo senso, il caso di Geolier a Sanremo: un’intera sala stampa boicotta la vittoria di un giovane, apparentemente più per la sua provenienza che per il suo valore artistico.
In questo clima si inserisce un tema tanto tecnico quanto divisivo: l’autonomia differenziata. Questa nasce dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 che ha ridefinito le competenze legislative tra Stato e Regioni. L’articolo 117 ha elencato le materie di competenza esclusiva dello Stato — come politica estera, difesa, immigrazione — mentre alle Regioni è stato affidato tutto ciò che non rientrava espressamente nelle competenze statali. Ancora più significativa è stata la modifica dell’articolo 116, che ha aperto la possibilità per le Regioni a statuto ordinario di richiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” con una semplice legge ordinaria, senza passare per revisione costituzionale. Il disegno di legge Calderoli, approvato nel 2024, si inserisce in questa cornice: prevede che le Regioni possano ottenere competenze esclusive in 23 materie cruciali — tra cui sanità, istruzione, trasporti e finanza pubblica — trattenendo una quota maggiore di risorse fiscali sul proprio territorio. Tuttavia, questa autonomia è teoricamente vincolata al rispetto dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione), ossia standard minimi da garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Ed è proprio sui LEP che si gioca la partita più controversa. Innanzitutto, “minimo” non significa “uguale”: si rischia di sancire per legge una soglia bassa di diritti, già ora disattesa. Non a caso, l’unico ambito in cui i LEP sono operativi — i cosiddetti LEA, Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria — mostra un quadro allarmante: una Regione su tre è oggi inadempiente. Altra questione è la mancanza a livello statale di fondi per garantire suddette prestazioni.
A peggiorare il quadro, il fatto che per 14 delle 23 materie non è nemmeno previsto che i LEP vengano definiti prima di concedere l’autonomia: ciò significa che alcune Regioni potranno legiferare su materie sensibili senza alcuna garanzia preventiva di equità nei servizi.
La Corte Costituzionale è intervenuta più volte, annullando parti sostanziali di alcune intese regionali, sottolineando come tali norme rischiassero di compromettere l’unità nazionale e di amplificare le disuguaglianze territoriali. Il progetto resta bloccato ma non abbandonato: il governo continua a spingere per una riformulazione della legge che, senza adeguate tutele, rischia di cristallizzare e aggravare le disuguaglianze territoriali già esistenti, trasformando il divario storico in una frattura irreversibile e finendo per cristallizzare un’Italia a due velocità, dove ricchezza e servizi restano prerogativa di pochi territori privilegiati.
I dati parlano chiaro: oggi la spesa sanitaria pro capite al Nord è circa il 20% più alta rispetto al Mezzogiorno, con effetti evidenti su servizi, strutture e tempi di attesa. Anche nell’istruzione e nei trasporti le disparità restano marcate: solo il 22% delle scuole primarie al Sud ha una mensa scolastica, contro oltre il 50% al Centro-Nord; mentre l’alta velocità ferroviaria continua a escludere intere aree meridionali.
Le regioni del Sud ricevono meno investimenti, offrono meno servizi e subiscono una continua emigrazione di giovani.
Queste differenze, frutto di scelte storiche e politiche, non possono giustificare un odio irrazionale. Eppure, il dibattito continua a restituire la solita retorica: il Nord derubato da un Sud fannullone.
Ma come ricordava Pino Aprile: “Se il Sud deruba il Nord da un secolo e mezzo, come mai il ladro è sempre più povero e il derubato sempre più ricco?”.
Questa manovra rischia di legittimare ciò che oggi è già evidente nei fatti: un Paese dove i diritti non sono uguali ovunque, dove nascere al Sud può significare nascere svantaggiati in sanità, istruzione, servizi. Davanti a tutto questo viene da domandarsi, è questo che gli italiani vogliono?Essere un paese unito nei documenti ma diviso nei fatti? Forse è arrivato il momento di proiettare lo sguardo aldilà di questi campanilismi. Perché in un paese che ignora il dolore solo perché accade qualche chilometro più a sud non c’è né unità né futuro.

