La stretta di Trump: Immigrazione sotto pressione
Voci di una comunità che non cede.

A cura di Anita di Salvatore

“L’ICE, la United States Immigration and Customs Enforcement, è molto più di quanto si pensi. Oggi la sicurezza dei confini ha un prezzo preciso, un prezzo stellare che dà più spazio al bisogno di molti che alla moralità.”

L’ICE, la United States Immigration and Customs Enforcement, è molto più di quanto si pensi. Non è una semplice agenzia federale statunitense, che dipende dal Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e viene usata come principale strumento delle politiche anti-immigrati negli Stati Uniti. Nata nel 2003, è delegata al controllo dell’immigrazione irregolare, ma è evidente che, ormai, le modalità a cui fa ricorso ne accertino un cambiamento in itinere.
L’ICE è la spaccatura del territorio americano che si è trasformata in voragine. Raccontare questa America e questo mondo è difficile, tanto più quando le parole sono armate e rimane poco spazio per i tempi di pace. Da Minneapolis assistiamo a distanza a scene intollerabili che profanano l’idea di umanità, indipendentemente da ogni politica.
Il governo Trump ha aumentato l’immunità dell’ICE e ne ha diminuito le responsabilità: servono solo esecutori dal volto coperto, ben pagati, non ben addestrati. L’obiettivo dichiarato è quello della più grande operazione di deportazione della storia che, però, fino ad ora vede statistiche alterate dall’ingente numero di persone (più del 70%) che, ahimè, non sono violente né tantomeno ricercate. Lo conferma uno dei più influenti centri di ricerca al mondo, il Cato Institute.
Il quadro generale è peggiorato con la revoca del precedente protocollo del 2021 (noto come Biden-era “Protected Areas” policy), che proibiva agli agenti dell’ICE di condurre operazioni in luoghi considerati “sensibili” o “protetti”. Stiamo assistendo a una deriva autoritaria frutto di rastrellamenti continui in scuole, ospedali, luoghi di culto e tribunali.
Con la revisione delle linee guida, per irrompere in abitazioni private, viste come rifugi ultimi, non è più necessario un mandato emesso dall’autorità giudiziaria se esiste un ordine finale di espulsione. È l’Associated Press a rivelare come sia sufficiente un mandato amministrativo più ristretto, che sembra indebolire però il Quarto Emendamento americano, che riporto integralmente tradotto, e la solennità del ruolo e del giuramento di un agente, secondo cui è fondamentale:
“Il diritto dei cittadini di godere della sicurezza personale, della propria casa, delle proprie carte e dei propri beni, contro perquisizioni e sequestri ingiustificati, non potrà essere violato; e non saranno emessi mandati se non per fondati motivi, appoggiati da giuramento o da dichiarazione solenne e con descrizione dettagliata del luogo da perquisire e delle persone o cose da sottoporre a sequestro”.
Oltre, infatti, a una comunità che non si piega alla prepotenza e che cerca di creare una rete solidale di contatti per avvisare dell’arrivo nelle strade di questi uomini e donne dal volto coperto e dalla schiava coscienza, ci sono cittadini di ogni estrazione sociale che decidono di arruolarsi.
Basta attingere a quanto scritto nel portale USAJOBS.gov, il sito ufficiale dei concorsi federali, per capire che la sicurezza dei confini ha un prezzo preciso, un prezzo stellare che dà più spazio al bisogno di molti che alla moralità. Dunque ci si trova di fronte a uno stipendio d’ingresso fino a 90.000 dollari, un bonus alla firma di 50.000 dollari, oltre a un pacchetto di benefit tra cui assicurazione sanitaria, dentale, sulla vita, assistenza a lungo termine, piano pensionistico, piano di risparmio, ecc., e la promessa di estinguere fino a 60.000 dollari di debiti universitari.
Non a caso, tra le domande più frequenti c’è quella relativa ai benefici del reclutamento. Sono le “Golden Handcuffs”, le manette d’oro della fedele prigionia economica per cui l’evasione risulta fin troppo poco proficua: un’opportunità per riscattarsi, anche se significa puntare il mirino contro la propria comunità.
Non a caso, quando non c’è più fiducia nell’integrità umana, si ricorre alla logica del terrore e lo si vede in America proprio come, declinato in maniera diversa certo, ovunque. Si intimorisce, si ha potere e si uccide.
È lo Zio Sam, sul sito ufficiale dell’ICE e sulle pagine social, che invita a scegliere la propria missione, quella di difendere la “Homeland”, con slogan di una propaganda che, disgraziatamente, non propone nulla di nuovo nella storia recente: America has been invaded by criminals and predators. We need YOU to get them out.
C’è un voluto terrorismo mediatico che si spinge fino a invitare, tramite un bonus di 2.600 dollari, le persone ad “autodeportarsi”, come dichiarato sempre sulla pagina ufficiale dell’ICE e della White House. Deportiamo allora, aggiungo io, tutti gli immigrati e i dissidenti indistintamente.
L’America, uno Stato riconosciuto fino ad ora come democratico, non sarebbe più America: il Paese per eccellenza costruito dalla tenacia degli immigrati, tra cui milioni di europei e non solo, e prima ancora il territorio di un popolo, quello nativo, sottolineo “nativo” americano, sterminato con la stessa retorica che oggi, nel 2026, vuole i pochi superstiti nuovamente minacciati di lasciare la loro terra.
Si resisteva allora e si resiste ora, perché è innegabile che qui si parla di tutto, tranne che di immigrazione illegale. Nel nubifragio attuale è una sfida capire dove possa essere individuato uno spiraglio di speranza; ebbene, l’unico strumento che ci rimane è proprio questo.
A tal proposito concordo dunque con Mulè, vicepresidente italiano della Camera dei deputati, nell’affermare che la forza d’urto che non lascia spazio ad equivoci nei filmati che ci giungono faccia riflettere e chiedere cosa stia realmente accadendo agli americani e a noi tutti che, al contrario degli iraniani, possiamo ancora attingere a fonti visive immediate, essendo quella grande democrazia che difendiamo.
La speranza, concludo, è la scelta di non rinunciare all’umano nel presente e non l’attesa di un futuro migliore che dipende solo e soltanto da ciò che rimarrà di questo mondo.

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