A cura di Alessandra Bacchetti
C’è una cautela quasi istintiva nel parlare di speranza: nelle pagine dei giornali rimbalza come una pallina impazzita all’indomani delle grandi catastrofi, per poi essere bollata come illusione ingenua di chi non sa arrendersi alla realtà. Ma mentre il dibattito pubblico si colora di catastrofismo, tentare di definirla diventa un esercizio necessario per misurare il nostro sguardo sul presente e il modo in cui scegliamo di abitare il nostro tempo. Ha senso, quindi, parlare di speranza se si smette di considerarla come la sterile e acritica attesa di un miglioramento futuro, ed è la sua stessa etimologia a deporre in questo senso: la radice sanscrita spa-, da cui deriva, significa “tendere verso”. Una mano che si allunga per afferrare un frutto troppo in alto, il corpo che si inclina in avanti nello sforzo: sperare, in origine, non significa attendere passivamente, ma muoversi verso qualcosa. È un concetto dinamico, che implica tensione e azione: l’esatto contrario di un’attesa immobile e consolatoria.
Nel corso del tempo, la speranza è stata vista come una fedele compagna dell’uomo, indispensabile per affrontare i contraccolpi della vita: la mitologia greca lega la sua nascita a quella di tutti i mali che affliggono gli uomini. Nel celebre mito di Pandora, Zeus sigilla tutti i mali in un’otre che dona alla fanciulla; quando Pandora, spinta dalla curiosità, solleva il coperchio, questi si riversano sulla terra colpendo gli uomini senza controllo. Sul fondo dell’otre rimane però la speranza, che diventa così un possesso esclusivo dell’uomo, ultima dea a cui rivolgersi anche quando la ragione non dà più conforto. Questa lettura, per quanto diffusa, non convince tutti i commentatori: dopotutto, se la speranza si trovava in un’otre insieme a tutti i mali, non dovrebbe essere essa stessa un male? Nietzsche arriva addirittura a sostenere che la speranza sarebbe il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze dell’uomo alimentando l’illusione che la sua condizione possa migliorare. Comunque lo si interpreti, questo mito considera pur sempre la speranza come strettamente legata alla dimensione psicologica dell’individuo: risorsa che sostiene l’azione, o illusione sterile.
Ma se la speranza travalicasse la dimensione individuale, e fosse una vera e propria forza storica, capace di orientare il cambiamento? Questa è la tesi di Ernst Bloch, nella sua monumentale opera “Il principio speranza”. Bloch sostiene che l’uomo è di sua natura teso verso il futuro, affamato di ciò che ancora non esiste ma può diventare reale: la speranza lo nutre, consentendogli di cogliere le potenzialità del presente invece di vedere il mondo come qualcosa di statico, in cui ogni esito è già segnato. In questi termini diventa estremamente tangibile, radicata nella storia e nella realtà: non un premio di consolazione, nè una pericolosa illusione che prolunga i tormenti, ma un’energia che percuote il presente con la forza della possibilità.
Così intesa, la speranza torna a coincidere con il suo significato etimologico originario, abbandonando l’immagine di un’ attesa immobile: è movimento verso ciò che ancora non è, una tensione senza cui il presente si irrigidisce e la storia smette di essere uno spazio di trasformazione. Sperare, allora, non significa credere ciecamente a un futuro migliore, ma individuare nel presente le leve da cui far nascere il cambiamento.
