Copertina: BRICS 2025 Brazilian chairmanship logo by gov.br, public domain
Foto aggiuntiva: (From left) President Lula da Silva of Brazil, President of China Xi Jinping, President of South Africa Cyril Ramaphosa, Prime Minister of India Narendra Modi and Foreign Minister Sergei Lavrov, in a family photo, Luiz Inacio Lula da Silva in 2023, Public domain
Di Giovanna Torturano
I BRICS si sono alleati per la creazione di un mondo caratterizzato dal multipolarismo, ma a cosa sta portando la loro cooperazione a livello geopolitico? Sono una frattura col mondo occidentale?

Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa: sono questi i principali cinque Paesi emergenti del gruppo intergovernativo BRICS, nato nel 2006 (inizialmente senza la partecipazione del Sud Africa) per contrastare la dollarizzazione del sistema globale e favorire lo sviluppo delle economie che ne fanno parte. Oggigiorno quest’associazione informale di Stati si è ampliata notevolmente, contando al suo interno 11 Paesi, tra cui l’Egitto, l’Etiopia e, di aggiunta recente, l’Indonesia.
La loro cooperazione ha già portato ad evidenti risultati, non solo per quanto riguarda i progetti di green e digital economy e, ancora, le proposte di utilizzo di valute locali negli scambi internazionali, ma soprattutto in ambito finanziario, con la nascita delle infrastrutture su cui questi si poggiano: la prima è la New Development Bank (NDB), fondata nel 2014, che ha erogato in passato decine di miliardi di dollari in prestiti per la creazione di infrastrutture; la seconda è un fondo monetario, il Contingent Reserve Arrangement (CRA), che supporta la stabilità finanziaria dei BRICS in situazioni di crisi.
I BRICS creano una frattura grazie alla loro autonomia finanziaria ed economica, al loro impegno per una governance più inclusiva e alla maggiore coesione politica: tutti ingredienti perfetti per diventare minaccia nei confronti dell’Occidente. Infatti, fin dal loro accorpamento, nasce un conflitto non formalizzato con gli USA, che inizia nel 2014, quando gli Stati Uniti applicano le prime sanzioni commerciali alla Russia per l’annessione della Crimea, e continua nel 2018, con l’inizio della guerra commerciale USA-Cina.
Proprio in questi ultimi mesi, a causa dell’instabilità geopolitica e dei programmi di politica commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, stiamo osservando da vicino questo conflitto. Infatti, dopo la chiusura dell’incontro dei BRICS a Rio, tenutosi il 6 e 7 luglio, gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50% sulle importazioni del Brasile (i primi di una lunga serie nei confronti di queste nazioni). Tuttavia, questa imposizione non ha solo un significato economico: a livello politico e mediatico arriva come forma di protesta contro il processo dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, accusato di aver sostenuto un colpo di Stato (e non solo). Questo ha sollevato forti dibattiti, soprattutto a seguito della risposta dell’attuale presidente brasiliano Lula, il quale ha ritenuto “inaccettabile” questa interferenza.
Tutto ciò fa riflettere: il conflitto BRICS-USA non è solo economico, ma anche politico. È un conflitto in cui gli strumenti di politica economica vengono utilizzati per influenzare la stabilità interna delle economie emergenti, che, nonostante i disagi, ne hanno saputo trarre principalmente benefici, avvicinandosi sempre più agli obiettivi su cui si fonda la loro cooperazione. Ma, allora, perché lo si continua a portare avanti se non ha l’effetto sperato?

