Di Anita Di Salvatore
Paolo Mendico aveva solo 14 anni e non è stato affatto fragile, a dispetto di quanto scritto in questi giorni da tutti i giornali, perché fragile, in realtà, è la società in cui viviamo: Paolo è stato ucciso dalla complice indifferenza di chi ha scelto di non intervenire contro i bulli.
Paolo Mendico era uno studente dell’Istituto Tecnico Informatico Pacinotti di Fondi che si è tolto la vita nella sua abitazione a Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina, a ridosso dell’inizio del nuovo anno scolastico. Il ragazzo aveva solo 14 anni e non è stato affatto fragile, a dispetto di quanto scritto in questi giorni, perché fragile, in realtà, è la società in cui viviamo: Paolo è stato ucciso dalla complice indifferenza di chi ha scelto di non intervenire contro i bulli. Scusaci Paolo per questa umanità sbilenca che non ha saputo accogliere i tuoi molteplici e sofferti segnali di allarme, e scusaci se l’ambiente scolastico, delegato all’educazione, non ha saputo far altro che zittire la tua dolce e rara sensibilità. A 14 anni Paolo non ha visto
alternative né spiragli di un cambiamento che avrebbe alleviato i suoi profondi dolori e, con essi, quelli di molti altri ragazzi nelle medesime condizioni. Nel 2012, fu Andrea Spezzacatena a togliersi la vita, appena compiuti i suoi 15 anni, segnando la storia italiana con il primo caso di bullismo e cyberbullismo, avente come esito il suicidio di un minorenne. Dei pantaloni rosa, scoloriti da un lavaggio accidentale, hanno trascinato Andrea in una violenta corrente il cui impatto con la realtà si è rivelato letale. Entrambi sono stati convinti di esistere solo nello sguardo e nelle parole avvelenate dei bulli e nessuno, fino alla loro tragica scomparsa, ha voluto diradare la nebbia fitta dietro la quale la violenza ha reso colpevolmente ciechi compagni ed insegnanti. Teresa Manes, madre di Andrea, ha voluto condividere, sulle piattaforme social, la certezza secondo cui, nella vicenda che l’ha coinvolta direttamente, il pregiudizio ha avuto sì un peso, ma è stato il silenzio a fare tutto il resto, proprio come è accaduto a Paolo. Crediamo che il bullismo si esaurisca in episodi come questo, quando, in realtà, si rivela essere pioniere di una prepotenza ben più seria e vasta di quanto sembri: il malessere e l’esclusione sociale sono essi stessi frutto di poca empatia e germogliano già dai banchi di una scuola che, troppo spesso, ne è la tana. Quanti progetti su questo tema vengono proposti da anni nelle aule, attraverso educazione civica, per sviluppare il senso del rispetto e della cittadinanza consapevole e quanti studenti, invece, li recitano nella fittizia maschera del perbenismo. C’è decisamente un ingranaggio arrugginito che, con Paolo, ha nuovamente ceduto. Il bullismo e il cyberbullismo non devono essere intesi come tali solo quando sfuggono al controllo di tutti, perché essi strisciano e si insinuano anche negli atteggiamenti più apparentemente innocui. Il viaggio di questi ragazzi è terminato e con loro la fantasia che, in questo Paese, ci siano giuste misure di protezione per un fenomeno tanto serio, quando poco preso seriamente. Nella canzone Sogna, ragazzo, sogna, Roberto Vecchioni ha sentito un sincero slancio di fiducia verso i giovani: «chiudi gli occhi e credi solo a quel che vedi dentro/ stringi i pugni ragazzo non lasciargliela vinta neanche un momento/ […] ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu». Finiamola noi questa poesia straziante e mettiamo un punto a questa feroce prevaricazione.
Ricominciamo da Paolo.
