L’agente, il conflitto e l’umano smarrito

Copertina: Dall-e 3 (jan ’24) artificial intelligence icon, By JPxG – DALL-E 3, Public Domain, Di Elio Simone La Goia

Foto Aggiuntiva: Artificial Intelligence Word Cloud, By Madhav-Malhotra-003 – Own work, CC0.

Nel mondo iper-automatizzato dell’economia contemporanea, il conflitto sembra essere diventato un errore da eliminare. Ma cosa accade quando le decisioni vengono delegate agli algoritmi e l’umano smette di scegliere?

Tornare a scrivere su Madama Louise dopo qualche anno è un piccolo piacere personale. Nel frattempo, sono successe molte cose: ho cominciato a lavorare, a specializzarmi in intelligenza artificiale, e a osservare da vicino, forse troppo da vicino, come le aziende provano ad adottarla, spesso senza sapere davvero cosa stanno facendo.

Ciò che mi ha colpito più di tutto non è la tecnologia in sé, ma ciò che succede agli esseri umani quando smettono di decidere. Quando si affidano, per abitudine o convenienza, a un sistema che agisce per loro. E lo chiamano progresso.

Un giorno, ad esempio, mi è arrivata una mail. Non da una persona, ma da un agente. Oggetto: “Il tuo piano ferie è stato approvato.” Peccato che non l’avessi richiesto. Il sistema aveva calcolato che avevo accumulato abbastanza ore e che il flusso di lavoro non ne avrebbe risentito. Un algoritmo, in pratica, aveva deciso che mi meritavo una pausa. E io, per la prima volta nella vita, ho sentito nostalgia di un capo imperfetto, ma reale.

Benvenuti nell’era dell’Agentic AI: sistemi intelligenti che non si limitano a eseguire istruzioni, ma prendono decisioni, gestiscono task, formulano piani, anticipano scenari. Dal punto di vista tecnico, una meraviglia. Dal punto di vista umano, una lenta evaporazione della volontà.

Nel gergo aziendale, si parla di “ottimizzazione del workflow”. In realtà, si tratta spesso di una disattivazione del dissenso. L’intelligenza artificiale agentica viene implementata per “evitarci il carico cognitivo”. Ma, nel processo, si porta via anche la responsabilità, la contrattazione, il confronto.Un esempio emblematico? Le nuove piattaforme HR intelligenti. Sono progettate per analizzare performance, suggerire promozioni, stilare feedback. E lo fanno. Con grafici impeccabili e commenti generati in linguaggio naturale. Talmente naturale che sembrano scritti da un collega con cui non hai mai parlato ma che ha letto tutto il tuo storico di Teams.

A una mia conoscente, manager in una multinazionale del tech, il piano di carriera è stato aggiornato automaticamente dopo che aveva cliccato “interessata” ad un evento su leadership femminile. L’agente AI aveva dedotto un nuovo orientamento professionale e avviato una raccomandazione per l’HR. Risultato: due colloqui, una proposta interna e un crollo motivazionale.

In un altro caso, un’azienda del settore logistico ha implementato un sistema di scheduling automatico per i turni. L’agente assegnava orari “ottimali” basati su algoritmi di produttività individuale. Nessuna considerazione per figli, stanchezza, umore. Il risultato? Aumento dell’assenteismo, tensioni sindacali, e un feedback emblematico lasciato su una lavagna in sala relax: “Non ho più un capo, ho un orologio bastardo.”

Ora, si dirà: è un problema di design, non della tecnologia. Vero. Ma il punto è che la tecnologia sta crescendo più in fretta della nostra capacità di porle limiti umani. E questo è, per l’economia, un cortocircuito grave.

E così, nel nome della produttività, si procede a colpi di automatismi. Con la promessa di semplificare, di eliminare il conflitto. Ma il conflitto è fondamentale. Soprattutto in economia.

Chi ha studiato anche solo un modulo di Microeconomia sa che l’interazione tra domanda e offerta è un braccio di ferro continuo, mascherato da curva. In Macroeconomia, l’aggiustamento dei mercati non è mai istantaneo, e i modelli IS-LM mostrano chiaramente quanto sia importante l’intervento esterno per rompere equilibri troppo comodi.

Il conflitto è ciò che genera movimento: tra capitale e lavoro, tra innovazione e resistenza, tra status quo e disobbedienza. È la frizione che permette di fare curva quando l’economia prende una piega.

Il rischio, dunque, non è solo perdere umanità. È perdere economia. Perché se tutto diventa sistema chiuso, autoregolato e lineare, non si cresce: si ricicla. Si calcola. Si ripete. Per chi oggi studia economia, il pericolo più grande non è quello di non sapere programmare in Python, ma quello di scambiare l’ordine per intelligenza.

E qui entra in gioco il ruolo dell’università. È proprio nei corsi, nelle aule, negli esami da 30 e lode che si forgia la futura classe dirigente. Se queste menti vengono educate all’automatismo prima ancora che al dubbio, si rischia di produrre decisionisti senz’anima. Manager ottimizzati. Economisti che spiegano il mondo ma non lo mettono mai in discussione.

L’AI agentica non è il nemico. È uno strumento potentissimo. Ma come ogni strumento, va usato con conflitto, non solo con compliance. Bisogna imparare a rispondere all’agente. A mettere in discussione il prompt. A dire “no” a una decisione razionale se è umanamente insensata.

Un consiglio (non richiesto) agli studenti: diffidate dai modelli troppo belli. E da chi vi dice che tutto si può risolvere con un algoritmo. L’economia ha bisogno di attrito. Ha bisogno di pensiero critico. Di risposte sbagliate e domande giuste. Di individui capaci di dire: “Quel grafico è perfetto, ma questa decisione fa schifo.”

Solo così si resta umani. E solo così si costruisce un sistema che non può essere sostituito da un agente.

Concedetemi una piccola nota a margine: l’economia non ha bisogno di agenti perfetti. Ha bisogno di esseri umani disordinati che abbiano ancora il coraggio di dire: “Non sono d’accordo.”

E magari, ogni tanto, perfino di annullare una riunione. Ma per scelta.

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